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Virginia Woolf (†28/03/1941), l’eterno idillio d’infanzia raccontato in Gita al Faro

Virginia Woolf (†28/03/1941), l’eterno idillio d’infanzia raccontato in Gita al Faro

VIRGINIA WOOLF — Il 28 marzo del 1941 moriva suicida Virginia Woolf, scrittrice e saggista britannica nonché attivista e icona dei movimenti femministi.

Virginia Woolf era l’autrice che attraverso la sua scrittura riusciva a mettersi allo specchio osservandosi dall’interno. Grazie alle reminiscence che caratterizzano molti suoi scritti la Woolf tentava una psicanalisi di sé partendo dai cavilli primordiali emersi nella sua infanzia. In vita, di forte impatto emotivo fu il suo rapporto con la madre, Julia Prinsep Jackson, figlia di un dottore, morì prematuramente nel 1985 quando Virginia aveva soli tredici anni. La morte della madre fece esplodere in Virginia i primi crolli nervosi, dovuti anche alla vendita della residenza estiva di famiglia a Talland House a cui era molto legata. Ed è proprio la residenza estiva, che dava sulla Baia di Porthminster, ad essere la fonte fonte di ispirazione per la stesura del romanzo Al faro, (tradotto anche in Gita al faro – 1927), ad essa la Woolf riservò sempre un forte legame affettivo. Nei suoi diari Virginia Woolf si esprimeva così riguardo alla genesi del romanzo :

«Fino a quarant’anni e oltre fui ossessionata dalla presenza di mia madre… Poi un giorno, mentre attraversavo Tavistock Square, pensai Al faro: con grande, involontaria urgenza. Una cosa ne suscitava un’altra… Che cosa aveva mosso quell’effervescenza? Non ne ho idea. Ma scrissi il libro molto rapidamente, e quando l’ebbi scritto, l’ossessione cessò. Adesso non la sento più la voce di mia madre. Non la vedo. Probabilmente feci da sola quello che gli psicoanalisti fanno ai pazienti. Diedi espressione a qualche emozione antica e profonda».

Gita al faro è un romanzo familiare diviso in tre parti. Nella prima parte viene messa in luce la famiglia Ramsay nel corso di una semplice vacanza estiva, il desiderio del figlio James di recarsi in gita ad un faro fa scoppiare una piccola lite tra i coniugi. La seconda parte del romanzo ha l’utilità di unire la prima e l’ultima parte e quella di allungare l’asse temporale, l’ultima parte è invece un momento di incontro tra padre e figlio.

Gita al faro diventa la delineazione di un dolce ricordo d’infanzia vissuto dalla Woolf in uno dei suoi periodi più lieti, prima che le crisi e la psicosi iniziassero a tormentare la sua quotidianità. La memoria sempre viva della madre viene percepita in ogni pagina del romanzo, la stessa sorella dell’autrice lo notò anni dopo la prima pubblicazione.

«A me sembra che tu abbia tracciato un ritratto della mamma che le somiglia più di quanto avrei mai creduto possibile. È quasi doloroso vedersela risuscitare davanti. Sei riuscita a far sentire la straordinaria bellezza del suo carattere… È stato come incontrarla di nuovo… Essere riuscita a vederla in questo modo a me sembra un’impresa creativa che ha del miracoloso… L’immagine che dai di lei sta in piedi da sola e non solo perché evoca ricordi. Mi sento eccitata e turbata e trascinata in un altro mondo come lo si è solo da una grande opera d’arte.»



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